Greenwashing
Greenwashing

In quest’articolo vedrai perché nel 2026 la sostenibilità nel settore food non è più una questione di immagine ma di credibilità, come il greenwashing sta diventando un boomerang per molte aziende e quali competenze servono davvero per costruire una comunicazione sostenibile che regga nel tempo.

Negli ultimi anni la sostenibilità è entrata in modo definitivo nelle strategie aziendali, soprattutto nell’agroalimentare. Nel 2026 non basta più avere un buon prodotto. Consumatori, investitori e istituzioni guardano come quel prodotto viene realizzato, da dove arrivano le materie prime, che impatto genera sull’ambiente e sulle persone.

Qui nasce il problema. Molte aziende comunicano sostenibilità, poche la dimostrano.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: cresce la sensibilità, ma cresce anche il sospetto. Sempre più persone scelgono brand che dichiarano impegni ambientali e sociali, ma allo stesso tempo temono che quelle promesse siano solo facciata. È in questo spazio sottile che si gioca la partita più importante del 2026: fiducia o sfiducia.

Il greenwashing non è solo un errore di comunicazione. È un rischio strategico.

Greenwashing significa raccontare il verde dove il verde non c’è. A volte in modo consapevole, altre per superficialità o mancanza di competenze. Succede quando si mette sotto i riflettori un dettaglio marginale e si oscura tutto il resto. Una confezione riciclabile, mentre la filiera resta opaca. Una campagna ambientale, mentre produzione e logistica continuano a generare impatti elevati.

Nel settore food questo succede spesso perché la filiera è lunga, complessa e difficile da raccontare. Ed è proprio qui che molte aziende scivolano.

Quando la narrazione corre più veloce della realtà, la reputazione si incrina.

Nel 2026 il greenwashing non viene più ignorato. Viene smontato. Dati accessibili, inchieste, community online e nuove regolamentazioni rendono le affermazioni vaghe un boomerang. Un claim poco solido può trasformarsi in perdita di fiducia, crisi reputazionale e blocco delle relazioni con partner e investitori.

E no, non è solo una questione legale. È una questione di posizionamento.

La fiducia oggi è una leva competitiva.

Nel settore agroalimentare la fiducia vale più di una campagna pubblicitaria. Vale più di uno slogan ben scritto. Le aziende che costruiscono fiducia attirano clienti fedeli, talenti motivati e capitali pazienti. Quelle che la perdono faticano a recuperarla.

La fiducia nasce da una cosa semplice da dire e difficile da fare: coerenza.

Coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Coerenza tra prodotto, filiera, processi e comunicazione. Coerenza nel tempo, non solo nei momenti di visibilità.

Nel food questo si traduce in scelte molto concrete. Tracciabilità reale delle materie prime. Trasparenza sui fornitori. Dati accessibili sugli impatti. Investimenti in pratiche agricole più responsabili. E soprattutto la capacità di raccontare tutto questo senza gonfiare, senza semplificare troppo, senza nascondere le complessità.

La sostenibilità credibile non è perfetta. È verificabile.

E qui arriva il cambio di scenario. Evitare il greenwashing non significa tacere. Significa comunicare meglio. In modo più maturo. Più strategico.

Nel 2026 le aziende food che comunicano sostenibilità in modo efficace lavorano su alcune leve precise:

  • Trasparenza radicale
    Condividere dati, anche quando mostrano margini di miglioramento. La sincerità costruisce più fiducia di una promessa irrealistica.

  • Coerenza lungo tutta la filiera
    Ogni messaggio deve poggiare su azioni reali. Se la logistica è ad alto impatto, va affrontata prima di essere raccontata.

  • Coinvolgimento delle persone
    Fornitori, agricoltori, dipendenti, partner. Le storie vere rendono la sostenibilità concreta e credibile.

  • Obiettivi misurabili
    Target chiari, progressi tracciabili, aggiornamenti costanti. Numeri comprensibili, non solo dichiarazioni di principio.

  • Educazione del consumatore
    Spiegare il perché delle scelte, non solo il risultato finale. Chi capisce, resta.

Questi elementi trasformano la comunicazione sostenibile da rischio reputazionale a leva strategica. Ma c’è un punto che spesso viene sottovalutato.

Tutto questo richiede competenze.

Non basta saper scrivere bene. Serve capire il business, leggere i dati, dialogare con la produzione, conoscere normative e stakeholder. Serve una visione che tenga insieme strategia, impatto e comunicazione.

Nel 2026 la sostenibilità non è un tema di marketing. È un tema di governance.

Ed è qui che molte aziende si fermano. Perché mancano figure capaci di fare da ponte tra sostenibilità, strategia e comunicazione. Professionisti che sappiano evitare il greenwashing non per paura, ma per metodo.

Puoi continuare a trattare la sostenibilità come un tema accessorio, sperando che basti raccontarla bene, oppure scegliere di sviluppare competenze solide per integrarla davvero nel modello di business e comunicarla con credibilità.

Il Master Part Time in Sustainability Management di Talent Garden nasce proprio per questo. Un percorso pensato per chi lavora o vuole lavorare su sostenibilità, strategia e comunicazione in modo concreto. Docenti dal settore, casi reali, strumenti operativi per progettare strategie sostenibili che reggano nel tempo e nel mercato.

Nel settore food del 2026 non vince chi dice di essere sostenibile. Vince chi dimostra di esserlo. E sa raccontarlo senza scivolare nel greenwashing. 

Articolo aggiornato il: 09 gennaio 2026
Talent Garden
Scritto da
Talent Garden, Digital Skills Academy

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