Spesso le organizzazioni oggi si trovano a fare i conti con lo stesso problema: la conoscenza c’è, ma non circola. Rimane nelle teste delle persone, in cartelle private, in “silos” di funzione, o in conversazioni che non arrivano mai a chi ne avrebbe bisogno. E noi, come consulenti, lo vediamo costantemente: quando il sapere non si muove, si muove più lentamente anche l’organizzazione.
La buona notizia è che questo non è un destino inevitabile. La condivisione si può coltivare. E oggi è una leva molto più strategica di quanto siamo stati abituati a pensare.
Il gioco è cambiato: “sapere è potere” non basta più
Per anni abbiamo associato il potere al possesso dell’informazione: chi “sa” controlla, chi “non sa” dipende. Culturalmente, trattenere know-how sembrava sensato e persino virtuoso. Ma quel paradigma oggi non regge più, e in molte industry, semplicemente non funziona.
Perché?
Insomma: oggi il valore non sta tanto nel possesso del sapere, quanto nella sua circolazione.
Dove nasce davvero valore? Negli "interstizi"
Quando proviamo ad applicare questo ragionamento a un’organizzazione complessa, la domanda diventa concreta: dove si genera davvero valore nella condivisione, oltre le piattaforme digitali e i processi formali?
Una parola chiave è interstizi: gli spazi fra le persone, spesso informali, quotidiani, non programmati.
Immaginate una scena semplice: la macchinetta del caffè, due chiacchiere, poi qualcuno racconta su cosa sta lavorando. Non si è della stessa funzione, ma si riconosce un processo affine, uno strumento utile, un rischio che avete già affrontato. E qualcuno dice: “Guarda, noi su questo facciamo così…”. Risultato: uno scambio generativo. Non strutturato, quasi “serendipico”, e proprio per questo, potente.
Ma questi scambi non avvengono “per magia”. Avvengono quando interiorizziamo due idee decisive:
Per molto tempo abbiamo trattato la conoscenza come un trasferimento: qualcuno sa, qualcuno ascolta. Un flusso lineare (spesso dall’alto verso il basso). In contesti complessi, però, quel modello non basta: è quasi impossibile che una sola persona, per quanto esperta, abbia visibilità su tutto.
Qui entra in gioco il cambio di baricentro: la conoscenza oggi vive dentro le relazioni. Non è solo un “passaggio di informazioni”, è un processo di co-costruzione: ogni relazione diventa una piattaforma di scambio in cui, attraverso domande, ascolto, connessioni (e sì, anche qualche fraintendimento), le idee si trasformano e diventano nuove.
Questo cambia anche la cultura organizzativa: non vincono tanto i singoli “esperti”, quanto i contesti in cui le persone mettono in circolo esperienze, prospettive, collegamenti. È lì che la conoscenza diventa viva e generativa.
Non è (solo) lo spazio: è come lo abitiamo
Un punto sottile ma fondamentale: non è solo “avere spazi” (riunioni, chat, workshop) a fare la differenza. È come li abitiamo.
Il catalizzatore è la comunicazione empatica: quella che fa sentire le persone al sicuro, viste, ascoltate. Quando questo succede, qualunque contesto - una riunione, una chat o un interstizio informale - può diventare generativo: le persone “rischiano” con la condivisione un pensiero, si espongono un po’ di più, connettono puntini che da sole non avrebbero connesso.
In altre parole: serve sicurezza psicologica. Se il clima è giudicante o competitivo, la conoscenza si ritira. Se il clima è accogliente e curioso, la conoscenza esce, si muove, si evolve.
Tre micropratiche per rendere lo scambio davvero generativo
Non serve un “grande programma” per iniziare. Vale la pena partire da alcune micropratiche: semplici, trasversali, allenabili.
Sembra facile, ma spesso facciamo domande che contengono già la risposta, o che chiudono invece di aprire. La curiosità è un muscolo: sotto pressione si irrigidisce. Eppure è lì che si gioca la differenza.
Cosa aiuta davvero:
Condividere non significa “fare lezione” o riempire gli altri di informazioni. Significa prima di tutto offrire disponibilità e rendere accessibili risorse (documenti, contatti, esperienze) invece di tenerle “in un cassetto”.
La generosità è anche:
La logica è semplice: non do per essere visto, do per far circolare. E quando le cose circolano, cambia l’energia del gruppo.
Chiedere implica vulnerabilità: ammettere di non sapere, esporsi. Sul lavoro spesso ci difendiamo da questo. Ma il paradosso è che in sistemi complessi nessuno può sapere tutto.
Chiedere bene significa:
E poi chiudere il loop: dire cosa è stato utile, aggiornare, ricambiare quando possibile. Lo scambio è reciprocità.
Accettare la non linearità: le idee maturano “a onde”
Un’altra aspettativa da disinnescare: se trattiamo la comunicazione come piattaforma di co-costruzione, dobbiamo accettare che molte conversazioni non saranno memorabili o “immediatamente utili”. Spesso condividi un’intuizione e sembra non succedere niente. Eppure magari quella frase sedimenta e torna fuori giorni dopo, in un contesto diverso.
I processi creativi sono imperfetti, intermittenti, non lineari. Per questo è importante creare spazi in cui possano esistere anche idee parziali, imperfette, non ancora pronte: sono il terreno fertile da cui germogliano le intuizioni migliori.
La condivisione avviene in quattro “movimenti”:
Una domanda utile, allora, è: che movimento sta facendo questa idea? Quali micropratiche possiamo allenare perché non vada dispersa?
Ognuno di noi può generare movimento
Sappiamo bene che tutto ciò è più facile a dirsi che a farsi. Nelle organizzazioni, soprattutto quelle complesse, è ancora molto diffusa, spesso “sotto pelle”, la credenza superata ma resistente: detenere il sapere significa avere potere. Per questo un cambio culturale reale non avviene dall’oggi al domani, né si ottiene con un’iniziativa isolata o con una nuova piattaforma digitale.
Serve tempo, continuità, e soprattutto un disegno intenzionale: pianificazioni e interventi multilivello, che lavorino su processi, strumenti, rituali e incentivi. E serve che la leadership, in prima persona, dia l’esempio: perché la condivisione diventi legittima, desiderabile, praticabile.
Eppure, c’è anche un’altra verità importante: ogni cambiamento culturale comincia da micro-pratiche. Da piccoli comportamenti ripetuti, quotidiani, solo apparentemente banali. È lì che una cultura cambia davvero: non solo nelle dichiarazioni, ma nelle interazioni. E questo significa che già da domani, con un’ottica di sperimentazione su voi stessi e sugli altri, potete iniziare ad attivare questa propagazione, un gesto alla volta.
Perché nei gruppi umani (e quindi nelle organizzazioni) esistono meccanismi potentissimi: reciprocità, influenza sociale positiva, imitazione, “contagio”. Il modo in cui comunichiamo e ci comportiamo si diffonde più velocemente di quanto pensiamo. E allora sì: potete diventare voi stessi ambasciatori di questo nuovo modo di ragionare, inneschi viventi che rendono più naturale condividere, chiedere, costruire insieme.
Ognuno di noi può contribuire a generare movimento. Non serve un ruolo formale. Il movimento nasce da piccoli gesti: una domanda fatta al momento giusto, un ascolto vero, una condivisione spontanea, una richiesta ben posta.
Nei sistemi complessi raramente esistono leve centrali. Esistono inneschi diffusi, e ciascuno di noi può essere uno di questi.
Quale piccolo movimento potete generare voi, oggi, nella vostra quotidianità lavorativa?